domenica 10 maggio 2015

Aggio Equitalia sulla cartella: incostituzionale?

Fonte:    http://www.laleggepertutti.it/87728_aggio-equitalia-sulla-cartella-incostituzionale

La tassa sulle tasse dovuta per ogni cartella di pagamento è a rischio annullamento con effetto retroattivo: la decisione della Corte Costituzionale attesa per il prossimo 26 maggio.   Si chiama “aggio” e, tradotto in linguaggio comune, è un importo che si aggiunge alla già esosa cartella esattoriale: a intascare questa somma non è però l’erario pubblico, ma Equitalia, a titolo di compenso per la propria attività di riscossione. Solo che a pagare questo corrispettivo non è lo Stato, vero beneficiario del servizio, ma il debitore, ossia il cittadino. Il contribuente, in pratica, deve obbligatoriamente versare, oltre alle imposte, sanzioni e interessi, una percentuale a Equitalia per il suo intervento di “recupero crediti”: percentuale pari al 4,5% se si paga nei primi 60 giorni dalla notifica dell’atto; all’8%, invece, se il versamento avviene dopo 60 giorni. È questa, dunque, la misura a cui ammonta l’aggio di Equitalia su ogni cartella di pagamento e che, a breve, sarà oggetto di una verifica di costituzionalità



Così come è già avvenuto, nei giorni scorsi, per le leggi che hanno ingiustamente sanato le nomine dei dirigenti dell’Agenzia delle Entrate senza concorso pubblico; così come è stato per la manovra Monti-Fornero che ha tagliato la perequazione sulle pensioni tre volte superiori al minimo; ora la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi su un altro capitolo caldo per la finanza pubblica: l’eventuale illegittimità dell’aggio di Equitalia. Una decisione imminente, la cui uscita è programmata tra circa due settimane (il 26 maggio). L’aggio, infatti, finisce con l’essere una tassa sulla tassa (in quanto applicata sulle somme iscritte a ruolo), da molti ritenuta illegittima oltre che esosa e a rischio usura.   Peraltro, l’aggio viene calcolato a prescindere dagli effettivi costi di riscossione. Per esempio, per il solo fatto di aver spedito una cartella esattoriale di mille euro, Equitalia carica sul contribuente un ulteriore importo di 45 euro (che sale a 80 se pagata dopo 60 giorni): un importo, di certo, superiore al costo di stampa del plico e delle spese postali per la raccomandata. Peraltro, questa cifra cresce al crescere della stessa cartella, in modo quindi del tutto indipendente dagli oneri reali sostenuti da Equitalia. Così, su una cartella di 10mila euro, l’aggio è, nei primi 60 giorni, di 450 euro per poi passare a 800 euro. Insomma, la sensazione che si dà al cittadino è quella di un interesse privato su un’attività di carattere invece pubblico (la riscossione esattoriale), una sorta di compenso come un tempo era dovuto agli scagnozzi di quartiere che gestivano il “recupero crediti” dello strozzinaggio. Certo, oggi possiamo parlare di compenso maturato a causa di una morosità e, quindi, per colpa del contribuente: ma certo non si concilia con l’immagine di un fisco amico. Peraltro, di norma, non esiste alcun “contratto”, a monte, tra cittadino ed Equitalia e, quindi, a tutto voler concedere, se non ci fosse l’apposita legge a obbligarlo a pagare, il compenso per la riscossione dovrebbe essere dovuto (così come avviene, del resto, nel settore privato) dal creditore (in questo caso lo Stato) e non dal debitore, salvo il diritto di rivalsa del primo.   Quali effetti potrà avere questa sentenza? Per legge gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale si producono immediatamente, dal giorno stesso della sua pubblicazione. E valgono anche per il passato (cosiddetto “effetto retroattivo”). Risultato: lo Stato si troverebbe (condizionale d’obbligo) a restituire ai cittadini le somme pagate in tutti questi anni a titolo di aggio. Un buco di altre svariate decine di miliardi di euro, che si sommerebbe a quello  già aperto con la dichiarazione di incostituzionalità della manovra sulle pensioni Monti-Fornero.   Numeri pesanti, che però impallidiscono a confronto di un secondo appuntamento cui è chiamata la Corte Costituzionale: il prossimo 23 giugno, infatti, i giudici delle leggi dovranno dichiarare se è legittimo o meno il blocco ai rinnovi contrattuali e agli stipendi individuali dei dipendenti pubblici, che in cinque anni è costato a statali e colleghi circa 12 miliardi di euro. In passato la Corte costituzionale ha già avuto modo di esprimersi sul tema, e ha concluso che la crisi economica giustifica i sacrifici chiesti al pubblico impiego “in una dimensione solidaristica e per un periodo di tempo limitato” [1]. Ma le proroghe sono diventate eccessive, ripetute e abituali tanto da far venir meno il requisito del “tempo limitato”. E dunque anche qui lo Stato potrebbe trovarsi a dover pagare cifre da brivido ai cittadini

info

testo