lunedì 20 aprile 2015

Quanto costa una causa

Quanto costa una causa
Parcella dell’avvocato, contributo unificato, marche da bollo e notifiche, condanna alle spese, tassa di registro e consulenza tecnica.

Quanto il cittadino si avvia a un contenzioso in tribunale, il suo principale problema è l’analisi “costi-benefici”, ossia le possibilità di poter risultare vincitore e quanto ciò gli costerà. Salvo, infatti, rientrare nelle condizioni per ottenere il gratuito patrocinio, ogni causa comporta una spesa elevata, fatta di tasse, consulenti, diritti e onorari all’avvocato. Nel nostro Paese, poi, si inserisce una terza variabile: i tempi della giustizia che, nella maggior parte dei casi, costituisce il principale deterrente a rivolgersi al giudice.
Ecco, quindi, una sintesi schematica di tutti i presumibili oneri che dovrà sostenere il cittadino.


1 | SOLUZIONI STRAGIUDIZIALI

Per determinate materie, la legge impone l’obbligo di rivolgersi prima a un organismo di mediazione affinché quest’ultimo possa tentare di comporre bonariamente la lite: una funzione di paciere che, tuttavia, al primo incontro, è completamente gratuita. Non sono dovute (almeno salvo ulteriori correttivi legislativi) neanche le spese vive e l’eventuale richiesta sarebbe illegittima. Se, dopo il primo incontro, le parti vorranno proseguire nel percorso conciliativo perché hanno subodorato la possibilità di trovare una soluzione amichevole, allora dovranno corrispondere il compenso al mediatore per l’attività successivamente svolta.

La presenza dell’avvocato, in questa fase, è obbligatoria per legge se si vuole, dopo, proseguire la controversia in tribunale. Per cui quest’ultimo andrà pagato secondo la propria parcella che è sempre bene chiedere in anticipo, facendosi rilasciare per iscritto un preventivo.


2 | LA PARCELLA DELL’AVVOCATO

Anche quando la fase preventiva di mediazione non è obbligatoria, prima del giudizio si svolge, di norma, un’attività preparatoria dell’avvocato che tenta di contattare le controparte, diffidandola e ammonendola delle conseguenze che potrebbero derivare dalla sua condotta illecita. Il che, ovviamente, è volto a trovare una soluzione in tempi brevi e fuori dalle aule del tribunale. Ciò si sostanzia spesso in una lettera di diffida (che ora, in determinate materie, è diventata obbligatoria: si chiama “negoziazione assistita”).
Anche questa fase è a pagamento, ma, nella prassi, viene fatta ricomprendere nel preventivo fatto dal legale all’atto del conferimento dell’incarico.

La parcella
Ecco, dunque, che si arriva alla parcella vera e propria dell’avvocato, costituita dal suo onorario a cui, poi, andranno aggiunte le spese vive e le tasse che questi andrà a sostenere in favore del cliente (vedi dopo). Chiedete, quindi, sempre se nel preventivo fornitovi sono compresi anche i costi del contributo unificato, bolli, diritti di cancelleria, ecc. (vedi dopo).

Da qualche anno le tariffe minime degli avvocati sono state abolite. Ciò vuol dire che ogni avvocato è libero di determinare il proprio compenso in totale autonomia, senza dover giustificare determinati importi elevati perché imposti dalla legge. Dunque, si può trovare anche uno studio legale disposto a fare “sconti” e prezzi stracciati o, comunque, da concordare in base alle possibilità concrete del cliente. Per tale motivo è di fondamentale importanza chiedere al legale fin dal primo incontro un preventivo scritto in merito alle spese da affrontare e agli onorari della causa.

Occorrerà tenere presente che sugli onorari quantificati graveranno delle voci accessorie aggiuntive per le seguenti causali:

rimborso spese forfettario nella misura del 15% (a cui l’avvocato potrebbe rinunciare);
contributo previdenziale (la cosiddetta Cassa di Previdenza) che è pari al 4%;
IVA (attualmente al 22%).

Chiedete, dunque, se la parcella è al netto o al lordo ti tali oneri accessori che ammontano complessivamente a oltre il 40% dell’onorario eventualmente indicato dall’avvocato (che fanno salire le spese non di poco).

Il preventivo
Se lo chiede il cliente, l’avvocato è obbligato al rilascio del preventivo scritto. Esso è vincolante “in linea di massima”, ossia solo se la causa segue un iter regolare. Ma siccome spesso questo non succede e possono scattare oneri improvvisi, legati a fattori che l’avvocato non poteva ipotizzare in anticipo (si pensi alla chiamata in causa di un terzo o di una notifica da fare all’estero, una perizia da espletare e contrastare, ecc.), il legale è libero di apportare, in corso di lavori, gli opportuni correttivi.
Oggi pende un disegno di legge, in Parlamento, per rendere il preventivo sempre obbligatorio, anche se non richiesto dal cliente.

Se non è stato chiesto un preventivo
Qualora non hai chiesto un preventivo, e sorga una contestazione tra voi e l’avvocato per la parcella da questi presentata al termine della causa, bisognerà applicare le tabelle ministeriali adottate dal Ministero della Giustizia [1], che prevedono scaglioni di onorario sulla base del valore della causa.

Le tabelle ministeriali sono piuttosto articolate e prendono in considerazione molte delle attività processuali che l’avvocato può svolgere avanti le diverse autorità giudiziarie. Nello specifico sono previsti 26 gruppi di azioni giudiziarie (ne elenchiamo alcuni: causa davanti al Giudice di Pace, causa davanti al Tribunale, causa davanti La corte di Appello, causa di sfratto, causa di lavoro ecc.).

Per ciascuna azione sono previsti dei compensi che variano in funzione del valore economico della controversia e delle concrete attività svolte per quell’azione. Nello specifico le attività di riferimento sono di solito quattro:

– lo studio della controversia;
– la fase introduttiva del giudizio (ovvero la redazione del primo atto difensivo);
– la fase istruttoria e di trattazione (ovvero l’assunzione delle prove davanti al giudice);
– la fase decisionale (ovvero la discussione finale e la redazione delle ultime memorie difensive).

Se vinci la causa
Qualora tu vinca il giudizio ci sono buone possibilità che il giudice condanni la controparte a rimborsarti le spese che hai sostenuto, sia quelle dovute per tasse e diritti allo Stato, sia per la parcella pagata al tuo avvocato. Salvo infatti gli sporadici casi in cui decida per la compensazione delle spese, la sentenza definitiva stabilisce la cosiddetta “condanna alle spese” che andrà notificata alla parte soccombente affinché questa paghi.

Se perdi la causa
In questa ipotesi le cose si complicano perché, oltre a non vederti rimborsate le spese sino ad allora sostenute, dovrai anche (per le stesse ragioni appena esposte) pagare l’avvocato di controparte, circostanza che l’ultima riforma ha rafforzato.
Ecco perché non conviene mai fare una causa “tanto per provarci”.


2 | IL CONTRIBUTO UNIFICATO

Prima di avviare un giudizio occorre versare un importo a favore dello Stato. Tale onere ha il nome di contributo unificato, poiché ha racchiuso in sé le diverse precedenti voci di versamento che in passato dovevano essere sostenute (in pratica in precedenza ogni atto difensivo doveva riportare una marca da bollo ogni quattro pagine). L’ammontare di tale contributo varia in relazione al valore della controversia e al tipo di materia oggetto della stessa. La legge prevede degli scaglioni al raggiungimento dei quali scatta un importo più elevato.

I processi esenti dal versamento del contributo unificato sono pochi: si tratta per esempio di quelli relativi all’interdizione o inabilitazione degli incapaci di intendere o volere o di quelli di lavoro qualora il lavoratore abbia un reddito familiare non superiore al triplo dell’importo massimo per l’ammissione al gratuito patrocinio (attualmente tale importo, già triplicato, è pari a circa 34.000 euro lordi).

In caso di appello o impugnazione in Cassazione della sentenza gli importi del contributo unificato salgono rispettivamente del 50% e del 100%.

Qualche esempio
Su internet esistono tanti siti che indicano gli scaglioni del contributo unificato che, comunque, vengono ormai aggiornati quasi una volta ogni due anni. Attualmente l’importo minimo di versamento per un processo di primo grado di valore inferiore a 1.100 euro è di 43 euro (per esempio per impugnare una multa). L’importo cresce in base al valore della controversia: così per le cause di valore da 1.100 a 5.200 euro l’ammontare sale a 98 euro e raggiunge i 237 euro per quelle fino a 26.000 euro. Il massimo è 1.686 euro per i processi che riguardano controversie superiori a 520.000 euro.

Esistono poi regole particolari per cui alcuni processi godono di uno sconto del 50% del contributo unificato: per esempio per i processi di lavoro, per i decreti ingiuntivi e per gli sfratti. Per le separazioni e i divorzi giudiziali l’importo sale a 98 euro.


3 | LA MARCA DA BOLLO UNA TANTUM

Oltre al contributo unificato occorre procedere anche al pagamento di un’ulteriore marca di 27 euro per spese forfettarie di funzionamento della Giustizia. In pochi casi tale importo non dovrà essere versato (processi di valore inferiore a 1.100 euro, cause di lavoro e altre eccezioni).


4 | ONERI PER NOTIFICHE E COPIE DI ATTI

Quando si avvia una causa, la prima cosa da fare è notificare l’atto all’avversario. Per tale attività è necessario pagare l’ufficiale giudiziario (11 euro circa per ogni soggetto, quando la notifica è effettuata a mezzo posta). Tuttavia l’avvento del processo telematico consente oggi all’avvocato di notificare l’atto dal proprio computer, senza alcun costo per il cliente.

In alcuni casi il processo prevede che si debbano notificare delle copie autentiche di atti presenti nel fascicolo. Dovrà essere versato un contributo che varia in base al numero delle pagine: si va da un importo minimo di 10,62 per una copia fino a 4 pagine a 26,56 euro per una copia fino a 100 pagine.

Le copie autentiche sono rilasciate dopo qualche giorno. Nel caso si abbia la necessità di avere una copia urgente tali importi sono triplicati.


5 | IL CONSULENTE TECNICO D’UFFICIO E DI PARTE

Quando la decisione di una causa dipende dalla soluzione di un problema tecnico, il giudice nomina un proprio ausiliare esperto in quella determinata materia (per es. per stimare il danno subìto da un paziente per errore medico; per determinare gli importi necessari a riparare un’automobile; per definire da quale conduttura proviene la perdita d’acqua in condominio, ecc.). Viene così nominato il consulente tecnico d’ufficio (o, più brevemente, come amano chiamarlo gli avvocati, C.T.U.).
Di norma il giudice liquida al C.T.U. un anticipo prima dell’espletamento dell’incarico che viene addossato alla parte che ha suggerito al magistrato la necessità di disporre la suddetta perizia. All’esito della causa, poi, l’importo viene fatto gravare su chi perde (se l’anticipo è stato versato dall’altra parte, le sarà dovuta la restituzione dell’importo).

Nel momento in cui viene nominato un consulente d’ufficio, è opportuno che la parte nomini un proprio consulente di parte, che partecipi alle operazioni peritali e sostenga le sue ragioni. La relativa parcella grava integralmente sul soggetto che lo nomina, almeno in prima battuta. Occorrerà ricordare al proprio avvocato di chiedere espressamente e fin da subito la condanna della controparte a rimborsare tutte le predette spese di consulenza (sia d’ufficio sia di parte) allegando i relativi giustificativi dei pagamenti (nello specifico le fatture). Tali oneri rientrano nella voce delle cosiddette spese di lite.


6 | LA TASSA DI REGISTRO SULLA SENTENZA

Con l’emissione, da parte del giudice, del provvedimento che chiude il giudizio (un decreto, una sentenza, ecc.), tale atto sconta l’imposta di registro che va pagata direttamente allo Stato con versamento all’Agenzia delle Entrate. L’importo non è sempre uguale. La casistica è piuttosto vasta: possono esservi provvedimenti tassati in forma fissa (per esempio 200 euro) oppure in forma variabile (per esempio, per le sentenze di condanna al pagamento di somme di denaro, il 3% dell’importo).

Attenzione: si tratta di una tassa solidale. In buona sostanza, lo Stato può richiedere il pagamento tanto alla parte vincitrice quanto alla soccombente, indipendentemente dall’esito.
Nel caso in cui il giudice abbia condannato un soggetto al pagamento delle spese legali, tale condanna sarà estesa automaticamente anche alla tassa di registro. In altre parole chi ha vinto la causa potrà chiedere all’altra parte di procedere al pagamento dell’intera tassa oppure, nel caso questa si rifiuti, avrà il titolo per recuperare tutte le somme eventualmente anticipate a tale titolo.

L’importo della tassa di registro può essere calcolato online dopo il deposito del provvedimento (a volte possono trascorrere anche diversi mesi prima che l’atto sia caricato sul sistema dell’Agenzia delle Entrate). È sufficiente collegarsi col sito dell’Agenzia delle Entrate (www.agenziaentrate.gov.it) e fornire gli estremi dell’atto da registrare (tipo di provvedimento, numero, autorità che l’ha emesso, ecc.).

Note


[1] D.M. n. 55/2014.

Autore immagine: 123rf com

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